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Itinerario che presenta lungo il
suo tragitto alcuni dei luoghi storici più belli del riese.
Si parte dal paese di Rio nell'Elba, nella parte più
alta di esso. Si imbocca via Solferino,
percorrendola tutta fino alle ultime
case, quando l'asfalto lascia spazio
allo sterrato e la strada si stringe.
Dapprima percorriamo un sentiero
non segnato, tra incolti e pascoli,
punteggiati spesso dai gialli fiori
di tarassaco e da quelli bianchi
delle margheritine. Sotto di noi
abbiamo un bello scorcio sul paese appena lasciato.
Dopo qualche minuto, mentre la salita si fa più ripida,
arriviamo alla fonte perenne dell'Acquavivola,
con il suo abbeveratoio. Essa ci
ricorda che siamo in una zona ricca
d'acqua, tanto da aver dato il nome
antico di Rio nell'Elba (rivus).
Ancora qualche passo e ci troveremo
sulla strada comunale asfaltata.
La percorriamo in discesa per un
paio di tornanti, fino a una piazzola
sulla sinistra: il parcheggio del
santuario di Santa Caterina.
Imbocchiamo quindi la strada sterrata che ci porta
in leggera salita alla chiesa. Val
la pena fermarsi sul prato del sagrato
a godere della pace abituale del
luogo. La struttura del luogo sacro
molto semplice, a navata unica
con un basso campanile. L'aspetto
attuale è del '600, ma su impianto
pi antico. Contiguo a esso c'
l'Orto dei semplici elbano, un giardino
botanico con specie officinali e
cultivar da frutto tipici dell'isola.
Al lato più a monte della chiesa si intraprende un sentiero
segnato ma disagevole che corre
tra saliscendi e pietre affioranti
a mezza costa. E' questo il tratto
meno facile del percorso. Passiamo
in mezzo a una gariga molto bassa,
segno di un degrado dovuto a incendi,
coltivazioni e pastorizia. Molto
abbondante è l'ampelodesma, un giunco
dalle foglie lunghe e sottilissime.
Belle e odorose sono anche i rosmarini,
che in primavera si coprono di minuti fiori azzurri.
Dopo non molto scendiamo alla strada provinciale della Parata.
Nel punto in cui la imbocchiamo,
val la pena attraversarla per raggiungere
un rudere vicino e ben visibile
da essa. Si tratta della chiesa
di San Quirico, unica vestigia di
un paese che qui esisteva fino al
'500: Grassera. Esso fu spazzato
via da una scorreria del terribile
pirata Barbarossa. Della chiesa
rimangono solo le mura perimetrali,
da cui è riconoscibile la piccola abside.
Ritorniamo alla strada provinciale per proseguire in leggera
salita per circa trecento metri.
La nostra meta è una struttura diroccata
che si vede svettare dalla macchia
del colle sulla nostra destra. In
un punto della strada, su un'area
di sosta attrezzata, si può avere
un colpo d'occhio sulle miniere
sottostanti. Giunti sullo scollinamento
della provinciale, a destra si apre
nella lecceta una strada segnalata.
Attraversiamo uno spiazzo e intraprendiamo la salita,
non impegnativa, su buon fondo largo,
quasi esclusivamente sotto i lecci.
Occorrono una ventina di minuti
per raggiungere i bastioni di quello
che si rivelerà essere un forte.
Si tratta di Torre del Giove, o
castello del Giogo, un'opera difensiva
voluta dal principe di Piombino
e dell'Elba Jacopo III Appiano,
alla metà del Quattrocento, per
vigilare il traffico sul canale
di mare e per dare protezione alle
genti del riese in caso di assalto
corsaro. Purtroppo il suo stato
di penoso abbandono non è dovuto
solo al tempo e all'incuria, ma
alla folle risoluzione di un governatore
spagnolo di Longone (l'attuale Porto
azzurro), che lo volle far atterrare
per rappresaglia contro i riesi,
rei di presunte intelligenze con
il nemico durante l'assedio austro-tedesco
del 1708 alla piazza iberica.
E' bene dunque aggirarsi
tra le sue macerie con molta attenzione
per non minare vieppi le già pericolanti
strutture. Alcuni muri infatti sembrano
tenersi in piedi per miracolo. Il
maschio è per buona parte crollato,
mentre i bastioni esterni a scarpa
sono ben visibili almeno alla base.
Ancora integro è anche l'ingresso,
benché manchi del ponte levatoio.
Tutt'intorno si può passeggiare
nel fossato. I lecci ombreggiano
gran parte della struttura, e solo
nei punti più alti di essa si può
scorgere un superbo panorama sul
canale Piombino, con le isole di Palmaiola e Cerboli.
Il percorso di ritorno lo rifaremo sui nostri passi.
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