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| Isola d'Elba Villa di San Martino |
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| Ubicazione e Accesso: |
Si trova a circa quattro chilometri da
Portoferraio, in una vallata di grande
suggestione. Intorno a essa, i fianchi boscosi delle colline del gruppo centrale l'abbracciano.
La villa vera e propria è piccola e modesta, da non confondersi con la maestosa
struttura sottostante, in forme neoclassiche, realizzata pochi decenni più tardi.
Si raggiunge facilmente e comodamente tramite una strada provinciale, che
termina in prossimità di un ampio parcheggio. E' servita anche da una linea di
bus urbani. Le ultime decine di metri si devono compiere a piedi, salendo
dolcemente da un viale alberato.
E' visitabile tutto l'anno, a orari precisi e regolamentata. Il biglietto
d'ingresso vale anche per la sottostante galleria Demidoff. |
| L'edificio: |
La villa è molto modesta, di pianta rettangolare, a un solo piano con un
seminterrato. E' composta da otto ambienti. Le decorazioni parietali, molto
più estrose di quelle dei Mulini, furono anche qui affidate al piemontese
Antonio Vincenzo Revelli, il pittore di corte all'Elba di Napoleone.
La visita inizia dall'ala sinistra della casa. Le prime tre stanze erano di
pertinenza dei generali Drouot e Bertrand: l'anticamera, la camera da letto
di Bertrand e un salotto (probabilmente in origine camera da letto di Drouot).
Si prosegue nella sala del nodo d'amore. Questa prende il nome dalla
decorazione del soffitto: due colombe con le estremità di un nastro nel
becco, che allontanandosi stringono un nodo nello stesso nastro. La
tradizione vuole che la scena sia allegorica della tormentata lontananza tra Napoleone e Maria Luisa.

L'ala destra era destinata a Napoleone. La prima stanza è quella da letto,
con pareti decorate da panneggi azzurri e soffitto cassettonato, con simboli
della Legion d'honneur e api elbane. Si giunge allo studio, il cui colore
dominante è il giallo. E si finisce con l'austera anticamera.
L'ultimo ambiente della villa è il più famoso: la sala egizia. Era la sala
da pranzo e l'imperatore la concepì in modo che ricordasse i fasti della
campagna in Egitto. Le pareti sono a trompe-l'oeil, con colonne papiriformi
e altre strutture granitiche incise di geroglifici, che inquadrano sfondi e
scene esotiche e di battaglia. Sul soffitto la decorazione dà l'impressione
di un'apertura circolare da cui guardare il cielo. Intorno a essa i dodici
segni zodiacali rappresentano la dipendenza celeste regolatrice degli eventi
terreni. Nel pavimento, al centro esatto della stanza, si apre la vasca
ottagonale, in cui doveva zampillare l'acqua. Tra le decorazioni parietali
Napoleone scrisse di proprio pugno "Ubicumque felix Napoleon". Sopra la
porta centrale si trova lo stemma napoleonico in legno dorato, con l'aquila
imperiale sullo scudo, circondato dal grand collier della Legione d'onore.

Il seminterrato della villa non è visitabile. L'unico ambiente degno di nota
è il bagno, detto della verità, comunque visibile dall'esterno attraverso
una finestra. Prende il nome da un affresco parietale, l'allegoria della
Verità, e da un'incisione sopra la vasca di marmo, "qui odit veritatem odit
lucem". Le altre stanze erano ambienti di servizio: un guardaroba, una dispensa e una cucina.
All'esterno non si può non sostare sul balcone, da dove si coglie un bel
colpo d'occhio sulla vallata sottostante. Sul parapetto spicca lo stemma
marmoreo con l'aquila imperiale, che durante l'esilio faceva bella mostra di
sé sopra la porta a mare di Portoferraio. |
| La storia: |
Napoleone scoprì San Martino durante una passeggiata a cavallo. Intenzionato ad
avere una maison rustique lontano ma non troppo dai clamori cittadini di
Portoferraio, mise gli occhi su questa piccola casa di campagna, circondata da
un ambiente a metà selvoso e a metà coltivato. La proprietà era di un possidente
portoferraiese, Giuseppe Manganaro. Per acquistarla dovette venirgli in aiuto la sorella Paolina.
Così nel giugno 1814, chiuso il contratto, affidò i lavori di sistemazione agli
stessi tre artefici della palazzina dei Mulini: Paolo Bargigli e Luigi
Bettarini, per il lato architettonico, Antonio Vincenzo Revelli, per quello
decorativo. Furono impiegati nei lavori venti muratori, diretti da Bringuier.
Non solo dette disposizioni sui lavori della residenza, ma anche dei dintorni:
fece aprire una carrozzabile, ordinò che venissero ristrutturati per vari scopi
stabili vicini e fece stilare da Bargigli un progetto di regimazione delle acque
dei fossati sovrastanti la villa in un grande effetto scenografico: questo
lavoro però rimase sulla carta forse per il costo eccessivo. Anche qui si occupò
lui stesso del giardino, facendovi piantare un bagolaro, ancora visibile un
secolo dopo (oggi al suo posto ne è stato piantato un altro).
Nonostante questo interesse e una grande profusione d'impegno, Napoleone non
passò molto tempo in questa residenza: la utilizzava solo poche ore in alcuni
giorni, per prendersi un po' di relax.
All'uscita di scena del Bonaparte la tenuta di San Martino rimase formalmente
proprietà di Paolina. Ma la principessa si lamentò spesso della difficoltà di
"far riconoscere i suoi diritti su questa piccola terra". Alla sua morte, nel
1825, iniziò un rimpallo di proprietà: prima il figlio di Napoleone , il Re di
Roma; poi nel 1832 la vedova Bonaparte, Maria Luisa; nel 1847 fu divisa da
Gerolamo Bonaparte e Alessandra Bleschamps. E intanto la villa deperiva nell'abbandono.
La svolta arrivò nel 1851, quando ne divenne proprietario il principe fiorentino
di origine russa Anatolio Demidoff. Marito di Matilde (figlia di Gerolamo),
nonostante un matrimonio poco fortunato, grazie a esso riuscì a creare una
collezione napoleonica di assoluto valore. Suo scopo era quello di costituire un
museo a San Martino: per questo dette incarico all'architetto fiorentino Nicola
Matas di costruire il bellissimo edificio neoclassico sotto la storica villa,
che prenderà il nome di Galleria Demidoff. Terminato nel 1856, tre anni dopo fu
aperto come museo: questo fu da molti considerata la più importante raccolta di
cimeli napoleonica in Italia. Purtroppo il suo declino economico, e soprattutto,
alla sua morte, l'incuranza del nipote Paolo, vanificarono tutto.
Per la villa iniziava un nuovo, penoso rimpallo di proprietà. Alcuni
proprietari, come Pilade del Buono e Max Biondi, erano animati da buone ma
effimere intenzioni. Il primo fece ripulire la Galleria Demidoff, che nel
frattempo era stata adibita nientemeno che a stalla e cantina, e impiantarvi un
museo dei minerali e della fauna isolana, scelta sicuramente poco consona col
luogo ma almeno lodevole; il secondo cercò di aprirvi un nuovo museo
napoleonico, a cui destinare il mobilio d'epoca della sua collezione, ma fu fermato da un fallimento.
Ormai ridotta in condizioni disastrose, forse proprio grazie a questo, si capì
che era un bene troppo prezioso da perdere: così nel 1930 il complesso
napoleonico passò allo stato, e due anni più tardi sotto la tutela del ministero
dell'educazione. A vanificare l'apertura di un museo ciò si mise la guerra: a
questo proposito va segnalato che sotto l'occupazione tedesca la villa fu la
sede del comando degli occupanti.
Finalmente dopo la guerra vi fu l'apertura del museo napoleonico. La villa fu
dotata di un mobilio d'epoca, dato che l'originale è andato perso (per saperne di più si veda la
villa dei Mulini), in parte donato qualche anno prima dal
conte Giulio Pullè, uno degli ultimi tenutari di San Martino.
Oggi la villa, insieme ai Mulini, è uno dei poli museali più visitati in
Toscana. Queste due, insieme alla Galleria Demidoff, accolgono ogni anno
interessanti mostre legate al mito di Napoleone. |
| Curiosità: |
Nel dopoguerra, con i restauri per l'apertura del nuovo museo, tornarono
alla luce le belle decorazioni originarie di Revelli, coperte in progresso
di tempo da diversi strati d'intonaco.
Val la pena spendere due parole per questo artista che ha plasmato così
mirabilmente la residenza di campagna del grande corso. Il pittore
piemontese aveva incontrato Napoleone la prima volta a Torino nel 1805.
L'imperatore aveva già sentito parlare bene di questo autore, e volle vedere
la sua "Olimpia". Pur non risparmiandogli qualche critica, lo giudicò
positivamente. Lo volle nel suo seguito durante l'esilio elbano, e gli
affidò, oltre alle decorazioni delle sue residenze, anche quelle al teatro
dei Vigilanti: qui realizzò il bel sipario, a tempera magra, raffigurante
Apollo e Admeto. A novembre lo nominò anche Maestro di disegno e pubblica
istruzione, ruolo che svolse dal 2 gennaio 1815 nella sua casetta vicino
alla porta a mare. |
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