Sul finire del XIV secolo si consumò l'ultimo atto della
repubblica di Pisa. Dal 1368 un colpo di stato aveva portato al potere Pietro
Gambacorti. Ma la città era in una tale crisi e dilaniata al suo interno da
mantenersi sempre sul filo dell'instabilità. Anche gli amici erano pronti a
trasformarsi in nemici all'occorrenza. Fu così che nel 1392 il regime di
Gambacorti fu rovesciato nel sangue a opera del suo segretario Jacopo Appiano.
Questi resse lo stato per sei anni e, alla sua morte, lo lasci al debole figlio
Gherardo. Assolutamente incapace di gestire il pur sempre enorme potere di una
repubblica un tempo temuta, e forse terrorizzato dai nemici interni ed esterni,
il nuovo signore preferì sbarazzarsene: la vendette al duca di Milano Galeazzo
Visconti, per 200 mila fiorini, riservandosi solo la sovranità su Piombino, l'Elba, Pianosa e Montecristo.
Nasceva così il piccolo principato di Piombino, che, pur in tutta la sua debolezza, riuscì a
resistere per quattro secoli. Per quanto gli Appiani ne ebbero il peso maggiore,
in progresso di tempo il potere pass prima ai Ludovisi e poi ai Buoncompagni.
Infatti, nel 1635, Niccol Ludovisi liquidò la casata Appiani, e la sua ultima
principessa Isabella, sposando la di lei figlia Polissena e sborsando un milione
di fiorini. Occorrono appena quarant'anni perché anche i Ludovisi escano di
scena senza poter accampare diritti di ereditarietà: nel 1701 la figlia di Niccolò, Isabella, sposò Gregorio Buoncompagni, mettendo in mano il principato
alla nuova casata. Questa lo regger nel suo ultimo secolo di vita.
A un peso strategico nell'alto Tirreno e uno economico, dovuto dalle miniere di ferro
elbane, lo stato appianeo affiancò raramente un'autorità politica di rilevanza.
Soprattutto dal XVI secolo, quando gli interessi geopolitici dei grandi stati
europei si giocarono su scala sempre più larga, il principato mostrò tutti i
suoi limiti. E' vero che super momenti difficilissimi, ma sempre grazie alla
benevolenza di questa o quell'altra potenza. Per il resto fu sempre una pedina
da muovere a piacimento sullo scacchiere tirrenico.
Amministrativamente l'assetto impostato dai pisani rimase intatto. Scomparvero
solo alcuni comuni, come Ferraia, Latrani, Pomonte, Montemarsale, probabilmente
distrutti dalle scorrerie pirate del XV secolo, e abbandonati per essere troppo
insicuri. I paesi che resistettero ai pericoli che arrivavano dal mare
continuarono a poggiare sulle loro società orgogliosamente campaniliste, i cui
ritmi erano scanditi dagli statuti comunali. Al principe, visto come un buon
padre, i sudditi si rivolgevano in continuazione per sottoporgli ogni disgrazia
o mancanza. E il governatore generale, incaricato dal sovrano di sbrigare gli
affari per conto dello stato sull'isola, aveva il suo bel daffare per dirimere
le numerose controversie, soprattutto quelle sorte tra comune e comune.
Anche il dispositivo difensivo rimase immutato: pochi principi, come Jacopo III, si
preoccuparono di migliorarlo. Esso mostrò sempre evidenti crepe, soprattutto nel
XVI secolo, quando di fronte a incursioni in forze dei corsari si rivelò
drammaticamente carente. Furono due le opere difensive che gli Appiani fecero
costruire all'Elba, entrambe nel riese: la Torre del Giove (o forte del Giogo)
a difesa del paese di Grassera; e la torre della Marina di Rio. Esse indicano in
maniera lampante la volontà dei regnanti di voler proteggere la parte
economicamente più ricca dello stato: le miniere di ferro.
Non diversamente la risorsa economica principale dello stato, il ferro elbano, fu condizionata
dallo spirito del regnante del momento: vi furono principi, come ancora Jacopo
III, che impressero un impulso decisivo al settore, innovandolo soprattutto con
la creazione di magone (ferriere; il termine deriva da una parola araba); e
altri mostrando quasi disinteresse, fino a cederle in affitto. Tutti comunque si
riservarono le rendite di esse, anche a titolo personale, e le utilizzarono
all'occorrenza come moneta di scambio in transazioni o come contropartita
diplomatica. In ogni caso, sotto il dominio piombinese terminò ogni attività metallurgica sull'isola.
Nonostante il giudizio di molti studiosi del periodo appianeo all'Elba, a esclusione di
qualche principe o principessa di polso, non sia molto benevolo, bisogna
riconoscere che i reggenti si prodigarono, nel limite dei loro scarsi mezzi, per
il bene dei sudditi. E infatti gli elbani si dimostrarono sempre fedeli al loro
governo, dando manforte ai piombinesi quando c'era da difendere lo stato.
Gli Appiani ricambiarono l'affetto mostrandosi sensibili al fascino dell'Elba. Soprattutto
Marciana, all'epoca uno dei paesi più importanti e difesi dell'isola, vide
sorgere una casa dove i regnanti passavano i momenti di tranquillità, in uno
degli angoli più incantevoli del paese. E nello stesso borgo fu impiantata anche
la zecca di stato. Tale fu il connubio tra questa comunità e gli Appiani,
soprattutto donna Paola Colonna, moglie del primo principe Gherardo, che una
delle tradizioni più sentite dai marcianesi è il palio di Sant'Agabito, voluta dalla nobildonna in onore del padre.
In complesso i quattro secoli di dominio principesco sull'Elba non le fecero fare passi avanti
significativi. ciò risulterà evidente in epoca moderna, quando la fine del
principato lascerà l'isola in ritardo sotto molti aspetti rispetto ad altre
realtà: un assetto amministrativo medievale, un economia arretrata, la mancanza di strade.
Tornando alla nostra storia, troviamo un XV secolo all'insegna dell'insicurezza. Gi nel 1401
i genovesi, sfruttando la debolezza del principato di Gherardo Appiani tentarono
di impossessarsi dell'isola con due sbarchi, entrambi scongiurati. ciò si misero
poi le scorrerie pirate non solo saracene, e addirittura una milanese! Per
fortuna ciò capita di incontrare principi di carattere, come Rinaldo Orsini, che
lo storico elbano Giuseppe Ninci descrive come reggente portatissimo per le
armi, e peritissimo nell'arte militare. Egli riuscì a motivare militarmente gli
impreparati sudditi, tanto da contrastare validamente uno sbarco saraceno
all'Elba, nel 1442, e un altro al suo stato, portato da una flotta congiunta
genovese e aragonese. Nella prima occasione gli elbani riuscirono a resistere
all'assalto fino all'arrivo dei rinforzi piombinesi. E' in questa occasione che
apprezziamo per la prima volta l'inespugnabilità del forte del Volterraio, fama
che non gli verrà meno neanche nei secoli successivi. Per contro, è
probabilmente sotto i colpi di questo attacco che cesseranno di esistere paesi
come Ferraia e Latrani, troppo vicini al mare e troppo poco difesi.
Che il XVI secolo sarebbe stato terribile si capì subito: il principato, come altri stati della
Penisola, fu insidiato da Cesare Borgia, figlio del potente papa Alessandro VI.
Nel 1501 pass come una furia sul piccolo stato, retto allora dall'accorto ma
debole Jacopo IV, e lo conquistò senza soverchie difficoltà. Nel 1503, con la
morte dell'influente genitore, Borgia fu abbandonato alle ire che aveva
fomentato, e anche il nostro principato tornò a essere libero mentre Jacopo
veniva restaurato, tra il tripudio dei sudditi.
E in questo stato di insicurezza, dettato soprattutto dalle mire di senesi e fiorentini a
impossessarsi del principato, che Jacopo strinse saldamente i rapporti
diplomatici con la Spagna, in modo da avere un potente difensore in caso di
minaccia e assicurarsi un'investitura anche da parte dell'impero. Fu questa la
politica che venne lasciata in eredità al figlio, anch'egli Jacopo e quinto di
numero, nel 1511, alla sua morte: ma il nuovo reggente si trovò a barcamenarsi
in uno dei periodi più tremendi per il piccolo stato toscano.
Per saperne di più:
G. RACHELI Le isole del ferro 978 Mursia
G. NINCI Storia dell'isola d'Elba 1898 Tip. A. Forni
I. GENTILI Marciana civitas Comune di Marciana
P. FERRUZZI Jovis Giove Podium Poggio Ed. Il Libraio |